– Non ti amerò mai.
– Non saprei che farmene, del tuo amore.
– Va bene, allora sposiamoci."
da La principessa sposa di William Goldman.
Le specialità del menù erano piatti a base di pesce, mi disse papà; gli risposi che a me il pesce non piaceva, possibile che non se lo ricordasse? Lui mi guardò sorpreso, come se fosse la prima volta. Ordinò spigola per due al cameriere e poi rivolto a me aggiunse un “vedrai che ti piacerà, cara”, con quella sua erre arrotata che odiavo. Lo guardai di traverso e non risposi.
A fine pranzo ordinò una bottiglia di brachetto: dovevamo festeggiare, disse, dovevamo festeggiare il suo libro di prossima pubblicazione. Era una raccolta di poesie: due erano dedicate a me, molte ad una donna indicata con lo pseudonimo di Cloe, forse era mia madre, una era per mio nonno morto da pochi anni… Le avevo lette, erano belle, e lui lo sapeva.
Fuori dal ristorante mi prese sotto braccio, senza smettere di parlare del suo libro.
Salimmo in macchina che lui ancora parlava. Mi sistemai sul sedile. Guardavo fuori dal finestrino e mi godevo l’odore dei rivestimenti, un odore che ho sempre ritrovato nelle auto che lui ha avuto in vent’anni, e la musica dello stereo, anche quella sempre la stessa. Ha dell’incredibile davvero: a un uomo che ha cambiato forse dodici, tredici lavori e donne non lo so, ma sicuramente di più (ci somigliamo, in questo) riesce di mantenere intatte certe sfumature, certe scenografie.
Fuori faceva freddo e il cielo era scuro, io avevo sonno: per buona parte della notte avevo lavorato alla tesina per l’esame di drammaturgia, avrei dovuto consegnarla il giorno dopo, avrei voluto parlarne a papà, ma non era mai semplice parlare con lui. Da bambina, quando ancora lui abitava con noi, spesso mi aiutava nei compiti di matematica. Quando sono cresciuta i problemi sono stati sempre più difficili e lui non sempre era in grado di risolverli. Poi se n’è andato. E’ sempre stato orgoglioso dei risultati che ottenevo nei miei studi, dopo la maturità si sarebbe aspettato che m’iscrivessi a ingegneria o a medicina, diceva sempre: tu non sei come me, tu puoi fare quello che vuoi nella vita. Io m’iscrissi a lettere e quando glielo dissi mi guardò con aria sognante e mi chiese se avevo intenzione di diventare una scrittrice: gli risposi un “no” secco, lui scosse la testa e disse che io non ero come lui, che io potevo fare ciò che volevo, che potevo diventare anche scrittrice, lo disse con un tono di voce assurdamente dolce e tenero, che aveva del grottesco. Mi sentii ferita, non so bene perché, era come se lui avesse cercato di violare i miei sogni più intimi e segreti.
Procedevamo a velocità abbastanza sostenuta, per una strada secondaria che tagliava la campagna, papà aveva una guida molto sicura e “sportiva”. Non c’erano altre auto.
Decisi improvvisamente di chiederglielo, volevo saperlo e temevo la sua risposta.
Papà, chi è Cloe? E’ la mamma?
Lui stette un istante in silenzio. Poi rispose con il solito tono mellifluo che usava con me e facendo numerose pause, pesando ogni singola parola mi disse che Cloe era solo un simbolo, era la speranza, la salvezza, la forza di volontà grazie alla quale aveva superato le sue difficoltà ma, aggiunse, mia madre era la donna che sicuramente più aveva amato in tutta la sua vita e l'avrebbe sempre amata più di tutte. Sembrava che facesse una rassegna stampa, immaginai di leggere quelle stesse parole in un giornale, in risposta alla domanda “Chi è Cloe”, postagli da un qualche critico letterario. Sentii una grande stanchezza, dentro.
Lo guardavo, lui armeggiava con l’autoradio, voleva cambiare la cassetta, per un attimo non guardò la strada.
Distolsi lo sguardo da lui e vidi, in mezzo alla carreggiata, un gattino, piccolo, fulvo.
Papà, gridai.
Lui alzò la testa.
Lo vide.
Sterzò.
Una, due volte.
Frenò.
Lo sentii sotto di me: qualcosa di pesante, di solido, di vivo, che rimbalzava.
L’auto si fermò. Scesi. Dietro la macchina, sull’asfalto, stava il corpo del gattino, immobile.
Mi buttai a sedere per terra, le gambe avevano ceduto, e improvvisamente scoppiai a piangere, in modo violento, irrefrenabile.
Papà dovette spaventarsi: ricordo lo sguardo sgomento che aveva mentre ripeteva in modo confuso che non era colpa sua, che aveva cercato, aveva provato, ma non era stato possibile, la velocità…
Parlava, parlava e si scusava, nemmeno lui sapeva di cosa si scusava, nemmeno io sapevo perché piangevo, e passammo un tempo, indeterminatamente lungo, in cui lui mi teneva sempre più stretta… ed io mi sentivo sempre meno stanca.
Noi donne somatizziamo nei capelli il nostro stato d’animo, perciò un cambio di colore, un taglio netto, un’acconciatura diversa, spesso sono indice di qualcosa d’altro che è cambiato, che si è evoluto, che vuole trasformarsi. I capelli rovinati, sfibrati, spettinati sono segno di un disagio, di un malessere.
Il colore ci definisce: “la bruna”, “la rossa”, “la bionda” sono categorie sociali, invitano all’etichetta e al pregiudizio, alle preferenze. Così come i capelli ricci o lisci sono un modo di essere, spesso una scelta di vita. Perché è davvero raro che una donna sia liscia naturale, per esempio, quasi quanto è difficile che lo sia bionda, o rossa. Si vuole sempre cercare di essere quello che non siamo.
Sulle acconciature poi ci si potrebbe costruire un intero “bestiario”.
Ad esempio, le donne si dividono nettamente in due, direi, tra quelle cui sta bene le frangia e quelle che proprio non la possono portare. Io appartengo decisamente alla prima categoria.
E che la frangia abbia avuto un ruolo importante nella vita dei miei capelli fin dalla nascita lo testimonia l’album di famiglia. A un mese già avevo il ciuffo biondo davanti la fronte. Fino agli otto anni avevo una folta frangetta che la Franca, la parrucchiera che esercitava in uno scantinato del palazzo di fronte a dove abitavamo, mi scorciava una volta al mese. Poi trascorsero degli anni di cerchietti e fermagli per tenerla indietro.
A dodici anni ricomparve, insieme ad un nuovo taglio, che sottolineava l’addio all’infanzia, alle trecce lunghe fino a metà vita, per accogliere un caschetto con le punte in fuori, e una frangetta cementificata col gel, in osservanza agli ultimi rantoli di vita del glam anni ottanta.
Poi, al liceo, di nuovo capelli lunghi, lotte con le ritrose, le doppie punte, che con l’incedere dello sviluppo ormonale si proliferavano di pari passo con l’acne.
La frangia in quelli anni era d’obbligo, per chi se la poteva permettere, il modello era “Beverly Hills”; prime due stagioni: capello lungo liscio e frangia folta; ultime stagioni: media lunghezza scalata, frangia sfilata.
All’università ero la meno alla moda del mondo: capelli sempre lunghi, sempre lisci, sempre mechati, la frangia alternata a ciuffi su una parte o scriminature al centro “figlia dei fiori style”: facendo lettere non era poi completamente fuori luogo.
Ora è da qualche anno che ho ricominciato a portarla, insieme al solito lungo crespo piastrato, impossibile da far resistere a una giornata umida, ma a cui sono comunque affezionata.
E' rassicurante portare il solito taglio dell'infanzia, è anche tenero. Ma mi sento “grande” ultimamente, non “vecchia”, per fortuna, come ave o paura sarebbe accaduto così alla soglia dei trenta, ma proprio adulta, e pur con una vita da inventarsi, da zero o quasi. E somatizzo, ovvio, somatizzo e ho voglia di un nuovo taglio. Ci sto pensando.